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3. La Repubblica Romana.
il periodo repubblicano va dalla cacciata di Tarquinio il Superbo (509 a.C.) fino alla nascita dell'impero nel 300 a.C. A sua volta questo periodo si può dividere in 3 periodi:
1. periodo del consolidamento della repubblica, che va dalla cacciata della monarchia fino alla prima guerra punica (509-264 a.C.). Periodo in cui vi furono lotte civili (interne) tra patrizi e plebei, e lotte esterne lotte per la conquista dell'Italia peninsulare.
2. periodo delle grandi conquiste esterne, che va dalla prima guerra punica fino al tribunato di Tiberio Gracco (264-133 a.C.). Esso è caratterizzato dalle 3 guerre puniche, con la conquista di tutto il bacino del Mediterraneo.
3. periodo della decadenza e della caduta della repubblica, che va dal tribunato di Tiberio Gracco fino alla battaglia di Azio (133-30 a.C.). È caratterizzato dalle lotte civili tra partito aristocratico e partito democratico (Mario e Silla, Cesare e Pompeo, Ottaviano e Antonio).
3.1. Costituzione repubblicana (509-300 a.C.). Caduta la monarchia, in Roma si formò un governo repubblicano di tipo aristocratico, nel quale il potere era concentrato nelle mani delle famiglie patrizie. Nella Roma monarchica il sovrano, eletto a vita, accentrava tutti i poteri nelle proprie mani; invece, nella Roma repubblicana le cariche ebbero carattere temporaneo e collegiale. Altra caratteristica costituzionale fu la divisione dei poteri: il potere militare ed esecutivo era affidato ai consoli, capi dell'esercito e tutori della sicurezza della città; il potere giudiziario ai pretori; il potere legislativo ai comizi; il potere religioso al pontefice massimo. Magistrati annuali erano gli edili, incaricati all'inizio di sovrintendere ai lavori pubblici (acquedotti, strade) e in seguito anche ai mercati e agli spettacoli. A capo della repubblica vi erano:
1. consoli: erano 2 magistrati a capo della repubblica che duravano in carica 1 anno: essi comandavano l'esercito ed esercitavano il potere esecutivo, facevano cioè eseguire le leggi. Inoltre i consoli dovevano esercitare quei poteri "collegialmente", dovevano cioè procedere nei loro atti di governo l'uno col consenso dell'altro. Queste 2 limitazioni dei poteri (principi) dei consoli (annualità e collegialità) avevano lo scopo di salvaguardare la Repubblica dal pericolo che il consolato potesse trasformarsi in tirannide. Ai consoli spettava il supremo comando dell'esercito; ad essi era inoltre affidata l'amministrazione della giustizia. Per aiutarli nelle loro funzioni, vennero istituiti dei magistrati minori, i questori, eletti anch'essi di anno in anno, incaricati specialmente di amministrare il tesoro dello Stato. I primi consoli, secondo la tradizione, furono L. Giunio Bruto e L. Tarquinio Collatino.
2. senato: composto di 300 membri scelti tra le più antiche famiglie patrizie, e tra gli ex magistrati, rimase l'assemblea più importante della repubblica romana. I senatori erano uomini di grande esperienza politica e militare: essi si riunivano nella curia, un edificio prospiciente il foro, e discutevano sull'organizzazione interna del paese e sui rapporti coi popoli confinanti e stranieri. Il senato, infine, poteva nei momenti di grave pericolo per lo stato imporre ai consoli la nomina di un dittatore, che era investito di pieni poteri civili e militari sostituendo i consoli, ma durava in carica non più di 6 mesi.
3. comizi centuriati: assemblea ove venivano eletti i magistrati e votate le leggi. Hanno il compito di eleggere i consoli, i censori, i pretori, e in genere i magistrati superiori; di esercitare il potere legislativo mediante la lex, e di esercitare il potere giudiziario. Ogni 5 anni venivano eletti 2 censori che duravano in carica 18 mesi: essi dovevano valutare il censo (ricchezza) di tutti i cittadini, in base al quale era stabilito l'ammontare delle imposte da pagare allo Stato. Due magistrati eletti annualmente, i pretori, amministravano la giustizia: in principio erano 2, Silla li portò a 8, Cesare a 16.
4. comizi curiati: assemblea popolare, persero importanza politica perché trasferirono molti dei loro poteri ai comizi centuriati. Sono interpellati in caso di dichiarazione di guerra. - Lotte interne fra patrizi e plebei.
In questo ordinamento politico i patrizi detenevano il potere poiché monopolizzavano tutte le cariche dello Stato. Roma in quest'epoca sosteneva inoltre continue lotte contro i popoli vicini e le conseguenze di tale situazione pesavano soprattutto sui plebei. Le campagne erano continuamente devastate dalle operazioni militari e trascurate dai contadini impegnati a combattere. Molti plebei cominciarono a indebitarsi, e ben presto la loro situazione divenne intollerabile. Esasperati dalla miseria e dalla crudeltà dei creditori, essi chiedevano l'abolizione dei debiti e la distribuzione delle terre conquistate e reclamavano la parità dei diritti politici coi patrizi. I contrasti tra plebei e patrizi si fecero sempre più drammatici, finchè non sfociò in una violenta lotta politico - economico. Le principali tappe di questa lotta furono:
a) la questione dei debiti e la secessione della plebe sul Monte Sacro (494 a.C.): la lotta tra pratizi e plebei ebbe inizio, secondo la tradizione nel 494. Durante la guerra coi Volsci, il senato aveva promesso alla plebe miglioramenti economici in cambio del loro arruolamento nell'esercito. ma finita la guerra le promesse non vennero mantenute e i soldati plebei invece di tornare a Roma, si ritirarono su una collina che prese il nome di Monte Sacro, poco distante da Roma, minacciando di costituire una nuova città, con una nuova organizzazione sociale. Il senato, spaventato, inviò Menenio Agrippa che riuscì a convincere i plebei a tornare alle loro case. Alla fine i plebei ottennero le leggi sacrate (leges sacratae), cioè la liberazione dei plebei che erano stati fatti schiavi per debiti, il condono dei debiti ai plebei che non potevano pagare e infine fu concessa l'istituzione di 2 magistrati plebei, chiamati tribuni della plebe, che li difendessero contro gli abusi dei patrizi: ai tribuni era riconosciuta l'inviolabilità nell'esercizio delle proprie funzioni. I tribuni della plebe avevano il potere di annullare qualsiasi deliberazione dei magistrati e di opporsi alle decisioni prese dai comizi. Essi ebbero il diritto di aiutare i plebei contro l'arbitrio dei patrizi (l'ius auxilii); il diritto di veto ad ogni legge che ritenevano nociva ai plebei (l'ius intercessionis); il diritto di agire in sede penale contro chiunque contravvenisse meno alle leggi sacrate (l'ius coercitionis). I plebei ottennero anche di eleggere gli edili plebei incaricati di amministrare il tesoro della plebe. La plebe inoltre organizzò un'assemblea propria: i concili della plebe, in cui si raccoglievano i plebei delle varie tribù territoriali per eleggere i propri magistrati. Le loro deliberazioni furono chiamate plebisciti.
b) la questione dell' "ager publicus" e la legge agraria di Spurio Cassio: nel 486 a.C. il console Spurio Cassio per evitare gli abusi dei patrizi fece una legge agraria che riguardava l'ager publicus secondo la quale i patrizi dovevano pagare un canone d'affitto allo stato: con i proventi di questi affitti si dovevano dare compensi ai plebei durante il servizio militare. Inoltre le terre già occupate dai patrizi dovevano essere distribuite ai plebei più poveri.
c) la questione delle leggi scritte, i 2 decemvirati e la legge delle XII Tavole (451-449): i patrizi spadroneggiavano anche in campo giudiziario. Le leggi si tramandavano oralmente da generazione a generazione (a memoria) e i magistrati erano tutti patrizi e quindi andavano sempre contro i plebei. Nel 481 il tribuno Terentillo Arsa chiese che fosse nominata una commissione di 5 cittadini con l'incarico di raccogliere le leggi per iscritto. Ma soltanto nel 451 il tribuno Siccio Dentato ottenne dal senato la nomina di una commissione di 10 magistrati, tutti patrizi, i decemviri legibus scribundis con l'incarico di compilare un codice di leggi scritte. Rimanevano in carica 1 anno, e in questo arco di tempo, la plebe non doveva eleggere tribuni. I decemviri alla fine presentarono le leggi incise in 10 Tavole di bronzo esposte nel Foro. L'anno successivo al 451 a.C. venne nominata un secondo Decemvirato misto tra patrizi e plebei per completare le leggi che alla fine furono incise su tavole di bronzo prendendo il nome di Legge delle XII Tavole. Quest'opera legislativa delle XII Tavole segna il passaggio dal diritto orale al diritto scritto. In questo periodo, un patrizio, Appio Claudio, si appropriò del governo e soppresse il tribunato della plebe. Il tentativo di Appio fallì per opera del patriziato, che riuscì a sollevare la plebe contro il "tiranno".
Le 12 tavole concedevano però solo una parte dei diritti civili alla plebe e questa dovette continuare a lottare per abbattere gli altri privilegi ai patrizi.
d) matrimonio tra patrizi e plebei: nel 445 a.C., con la lex Canuleia, la plebe ottenne che fosse abolito il divieto di matrimonio tra patrizi e plebei.
e) tribuni militari con podestà consolare (444 a.C.): il tribuno Canuleio chiese anche la partecipazione dei plebei al consolato. Ma il senato preferì creare una nuova magistratura, i tribuni militari, uno dei quali poteva essere anche plebeo, ma privo di ogni dignità religiosa. Così i plebei cominciarono ad entrare nella maggiore assemblea del patriziato romano.
f) ammissione dei plebei al consolato e alle altre magistrature: nel 367 a.C. i tribuni della plebe riuscirono a far approvare la proposta secondo la quale uno dei 2 consoli doveva essere plebeo. E poiché il senato era composto di ex magistrati, a questo punto anche i plebei, in quanto ex consoli, poterono entrare a farne parte.
g) agli inizi del III secolo a.C., si stabilì che i plebisciti, le decisioni votate nelle adunanze della plebe, avessero valore di legge. In tal modo la plebe acquistava la parità dei diritti con i patrizi.
h) nel 300 a.C. le cariche religiose, che erano state da sempre un monopolio dei patrizi, ora potevano essere ricoperte anche dai plebei.
i) Con la Lex Hortensia (2187 a.C.) le delibere delle assemblee della plebe (i plebisciti) acquistano valori di legge. I concilia plebis si trasformano in comitiva populi tributa, cui partecipano tutti i cittadini romani, patrizi compresi, suddivisi in 35 tribù territoriali.
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