'Storia di Roma' "I Gracchi"

 

3.5. i Gracchi (133-121 a.C.).

Necessità di una riforma agraria: scomparendo le classi medie agricole Roma necessitava al più presto una efficace riforma agricola che ripristinasse queste classi medie ponendo fine alla piccola proprietà. L'estendersi continuo dei latifondi a danno della piccola proprietà terriera, il grave stato di povertà in cui si trovava la gran massa del popolo, in seguito alla concentrazione delle ricchezze nelle mani della nobiltà senatoria e dei cavalieri, le condizioni di inferiorità degli alleati italici privi di cittadinanza romana, esigevano urgenti riforme. In questo clima di tensione si colloca Tiberio Gracco. I tentativi di Tiberio e Gaio Gracco di imporre queste riforme aprirono a Roma un periodo di violenti contrasti che sfociarono poi in sanguinose guerre civili.

Tiberio Gracco: nel 133 a.C. fu eletto tribuno della plebe Tiberio Gracco, di ricca famiglia plebea e nipote di Scipione l'Africano. Tiberio, nell'intento di ricostituire la piccola proprietà terriera, appoggiandosi alle masse dei proletari, propose che fosse applicata un legge agraria secondo la quale:

1. nessun proprietario poteva possedere più di 500 iugeri (125 ettari) di agro pubblico (aumentato di altri 250 iugeri x ogni figlio maschio, fino ad un massimo di 1.000 augeri complessivi).

2. La terra eccedente doveva essere restituita o distribuita ai cittadini più poveri in piccole proprietà di 30 iugeri ciascuna. Tali proprietà dovevano essere inalienabili, non potevano cioè né essere vendute, né essere cedute in altra forma.

3. una commissione di controllo di 3 persone (triumviri) avrebbe vigilato sull'esecuzione della legge. La riforma proposta da Tiberio mirava ad ottenere 4 risultati fondamentali: risollevare l'agricoltura, allontanare dalla città la massa degli oziosi e dei disoccupati e liberare i poveri dalla miseria. Naturalmente la proposta trovò una violentissima opposizione da parte dell'aristocrazia terriera che non riuscì, tuttavia, ad impedire, tra violenti contrasti, l'approvazione della legge e la nomina della commissione di triumviri per la nuova ridistribuzione dell'ager publicus. Il partito aristocratico (senatori) per togliere di mezzo Tiberio, valendosi del fatto che deporre un magistrato era illegale, lo minacciarono di metterlo sotto accusa per violazione della costituzione. Tiberio per difendersi si ricandidò per l'anno successivo come tribuno, ma di nuovo i nobili aristocratici gridarono all'illegalità (perché i magistrati non venivano rieletti allo stesso ufficio se non dopo l'intervallo di un decennio). Così mentre l'assemblea popolare (cioè i comizi tributi) ormai sciolta lo ascoltava, i senatori, guidati da Cornelio Scipione Nasica, uccisero molte persone e Tiberio stesso venne ucciso. - Gaio Gracco: il tentativo di riformista venne ripreso con maggior energia e con più ampie vedute dal fratello di Tiberio, Gaio Gracco. Questi, eletto tribuno dalle plebe nel 123 a.C., dopo aver rimesso in efficienza la legge agraria, presentò una legge frumentaria, con la quale veniva stabilito che ogni cittadino povero, residente in Roma, avesse diritto a ricevere ogni mese dai granai dello Stato una certa quantità di grano a basso prezzo. Inoltre per ottenere l'appoggio dei cavalieri e indebolire, d'altra parte, il potere della nobiltà senatoria, propose una legge giudiziaria che permetteva ai cavalieri di partecipare all'amministrazione della giustizia, fino allora in mano ai soli senatori. L'anno successivo (122 a.C.), Gaio Gracco fu rieletto tribuno. Egli propose allora la legge che chiedeva l'estensione della cittadinanza romana a tutti gli Italici, i quali (senza la cittadinanza romana erano esclusi dalla ridistribuzione delle terre), combattendo nelle file romane, avevano largamente contribuito alla grandezza di Roma. Ma la proposta scatenò l'opposizione oltre dal senato (che non voleva dividere i suoi privilegi), anche quella della plebe, la cui sola ricchezza era appunto la cittadinanza romana e quindi temeva che poi tutti i cittadini sarebbero venuti a Roma; e dei cavalieri perché non voleva intromissioni nei loro affari. Di questo malcontento ne approfittarono i senatori per iniziare una lotta decisa contro di lui. Mentre Caio si trovava in Africa per presenziare alla fondazione della colonia, Iunonia, nel territorio della distrutta Cartagine, il senato fece presentare dal tribuno Livio Druso leggi ancora più favorevoli al popolo di quelle di Gracco, col proposito di diminuire il favore verso quest'ultimo. Così quando Gaio ritornò a Roma per porre per la terza volta la sua candidatura al tribunato, non fu rieletto. Non solo, ma il senato, deciso a risolvere definitivamente la situazione, dichiarò la repubblica in pericolo e nei tumulti che seguirono scatenò una vera e propria caccia all'uomo contro Gaio e i suoi seguaci. Assediato sull'Aventino, Gaio per non cadere in mano dei nemici si fece uccidere (121 a.C.). Il tentativo dei Gracchi era così sostanzialmente fallito: la riforma agraria venne quasi subito soppressa e la crisi delle campagne romane continuò con gravi conseguenze per la storia di Roma, mentre aumentava lo scontento degli Italici. Dalla lotta dei Gracchi uscirono rafforzati i cavalieri: la legge giudiziaria non fu abolita ed essi riuscirono a confermarsi come nuova forza politica a fianco della nobiltà senatoria.

3.6. L'età di Mario e di Silla (111-79 a.C.). - Guerra giugurtina (111-105): nel 111 a.C. iniziò in Africa la guerra giugurtina. I Romani, vinta Cartagine, avevano assegnato il regno di Numidia al loro alleato Massinissa. Alla sua morte il regno passò al figlio Micipsa, che morendo, aveva lasciato il regno, che si trovava sotto il protettorato romano ai suoi 2 figli ed al nipote Giugurta. Questi fece assassinare i 2 cugini e, sfidando il Senato romano che vi esercitava il protettorato, si dichiarò unico re della Numidia. Roma allora dichiarò guerra all'usurpatore che, soprattutto corrompendo generali e funzionari romani, riuscì a prolungare a lungo la conclusione della guerra. Allora fu posto a capo dell'esercito il valoroso console Cecilio Metello, che vinse il re numida conquistando tutto il paese (108-107). Ma l'alleanza del Numidia col proprio suocero Bocco, re di Mauritania (odierno Marocco), impedì una rapida conclusione del conflitto. A Roma la plebe, indignata, pretese allora che la direzione della guerra fosse affidata a Caio Mario, già valoroso combattente in Spagna con Scipione e luogotenente di Metello. Eletto console nel 107, Mario prese il comando della guerra contro Giugurta: nella battaglia presso Cirta (106), Giugurta ed il suocero Bocco, re di Mauritania, vennero in breve sconfitti e, dopo lunghe e difficili trattative condotte con Bocco da Lucio Cornelio Silla, Giugurta fu condotto a Roma e qui giustiziato. La Numidia fu in parte ceduta a Bocco, come prezzo del suo tradimento; in parte annessa alla provincia d'Africa e in parte consegnata ad un fratellastro di Giugurta. Gaio Mario, ritornato a Roma, si fece eleggere console per 5 anni consecutivi (104-100 a.C.).

Guerra contro i Cimbri e i Teutoni (104-101): nel frattempo si affacciava su Roma la minaccia di un'invasione di Cimbri e di Teutoni (104), che dalle loro terre si spingono verso sud x cercare nuove terre. I Cimbri, popolazione di stirpe germanica, originariamente stanziate nelle regioni baltiche, avevano emigrato verso sud alla ricerca di nuove terre dove stabilire la loro sede, ed erano comparse nel 113 a.C. sui valichi delle Alpi orientali, ove avevano travolto un esercito romano. I Romani subirono svariate sconfitte: l'ultima battaglia si svolse presso Arausio (105), sul Rodano, dove un intero esercito romano fu sconfitto. Mario, eletto nuovamente console per l'anno 104, riordinò l'esercito romano su basi completamente nuove: reclutò i soldati anche tra i cittadini sprovvisti di censo accogliendo cittadini di qualunque condizione, trasformando l'esercito da cittadino a mercenario, composto cioè di soldati che prestavano quel servizio non per dovere di cittadini ma per professione, che quindi vedeva come ricompensa della guerra il solo bottino. Frattanto i Cimbri e i Teutoni si allearono con l'intento di invadere l'Italia: i primi dalle Alpi settentrionali i secondi dal litorale ligure. Ma Mario affrontò e sconfisse prima i Teutoni ad Aquae Sextiae nel 102 a.C. e poi, riunite le sue forze a quelle dell'altro console Catullo, affrontò i Cimbri presso Vercelli ai Campi Raudii, nel 101 a.C.

Predominio di Mario (106-100): dopo queste vittorie Mario fu salutato dai romani come salvatore della repubblica ed ebbe il titolo di terzo fondatore di Roma (dopo Romolo e Furio Camillo). Egli a Roma chiese il sesto consolato per l'anno 100. Si unì a tal scopo con 2 ambiziosi capi della fazione popolare Appuleio Saturnino e Servilio Glaucia, che aspiravano anch'essi alle pubbliche cariche. Tutti e 3 riuscirono nei loro scopi: Mario ottenne il sesto consolato, Saturnino divenne tribuno della plebe, e Glaucia conseguì la pretura. Saturnino, riprendendo la politica dei Gracchi, presentò una nuova legge agraria che prevedeva l'assegnazione di terre ai cittadini poveri fuori dall'Italia, nelle province romane (Gallia); inoltre propose la fondazione di colonie in Grecia, in Sicilia e in Macedonia. Tali proposte trovarono l'opposizione del senato ma alla fine, dopo l'aggiunta di una clausola, la legge fu approvata. Glaucia nel frattempo si era candidato per console e poiché stava per essere battuto da un altro candidato, quest'ultimo venne assassinato per volere di Saturnino. Il senato allora ordinò a Mario di ucciderli. Così dopo Tiberio e Caio Gracco, fu abbattuta per la terza volta la parte popolare. Le leggi di Saturnino furono abrogate e Mario, che aveva perso la stima del popolo si ritirò in Asia.

Guerra sociale o italica (90-88 a.C.): nell'anno 91, il tribuno Livio Druso propose l'estensione della cittadinanza romana agli italici, venendo così incontro alle giuste aspirazioni dei socii di Roma, ai quali erano ormai riservati i doveri più gravosi, ma non i diritti e i privilegi del cittadino romano. Ma le leggi di Druso vennero respinte e il tribuno ucciso. La morte di Livio Druso segnò l'inizio della cosiddetta guerra sociale o italica, perché sostenuta quasi esclusivamente da popoli di razza italica. Gli italici, vista fallire ancora una volta la possibilità di ottenere la parità di diritti con i Romani, decisero di cercare e ottenere con le armi quanto le leggi non potevano dare loro. La goccia che fece traboccare il vaso e portò allo scoppio della guerra sociale partì da Ascoli, nel Piceno, dove molti Romani vennero trucidati insieme al proconsole. Scoppiò così il conflitto: gli Oschi e i Sabelli dell'Italia centrale e meridionale, con a capo le tribù dei Marsi e dei Sanniti, insorsero contro Roma; fedeli ai Romani si mantennero gli Etruschi, i Galli, i Greci Italioti. I ribelli si unirono in una grande confederazione, stabilirono la loro capitale a Corfinio, negli Abruzzi, che prese il nome di Italica, dove organizzarono un governo modellato su quelle delle leghe greche, mentre le loro milizie furono ordinate sul modello di quelle romane. Benché guidati dai migliori generali di cui disponesse allora la repubblica (Mario, ritornato dall'Asia, Silla, Pompeo Strabone), gli eserciti romani, in un primo tempo subirono gravi sconfitte, tanto che il governo decise di concedere qualche concessione e così

1. nel 90 fu approvata una prima legge, la lex Iulia de civitate (dal console L. Giulio Cesare), con la quale veniva concessa la cittadinanza romana agli alleati rimasti fedeli e a quelli che avessero deposto subito le armi.

2. nell'89 fu approvata una seconda legge, la lex Plautia-Papiria, con la quale veniva concessa la cittadinanza romana a tutti coloro che entro 60 giorni si sottomettevano a Roma. Con queste leggi gli italici entravano nellel iste dei cittadini e le loro città divenivano municipia.

3. nell'88 fu approvata la terza legge, la lex Pompenia, con la quale veniva concesso la ius Latii a tutti gli abitanti della Gallia Transpadana. I Sanniti non accettarono l'offerta di Roma e continuarono da soli la guerra fino a quando furono sconfitti nell'88 a.C. dal console Lucio Cornelio Silla, un generale di nobile famiglia che era stato luogotenente di Mario nella guerra giugurtina. Al termine della guerra sociale praticamente tutti gli Italici liberi, abitanti nella penisola fino al Po, ottennero la cittadinanza romana.

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