'Il santuario del Divino Amore'

 

È il santuario sulla via Ardeatina, nella zona di Castel di Leva, oggetto di grande devozione popolare da quando, nel 1740, un viandante si ritenne salvato dall'improvviso attacco di un branco di cani rabbiosi grazie all'immagine della Madonna col Bambino, affrescata sul muro di un'antica torre, che fu sufficiente guardare perché i cani si allontanassero. Si gridò al miracolo e nel giro di cinque anni sorse in quel luogo un santuario con tanto di indulgenza plenaria dei peccati concessa dal papa Benedetto xiv. Da allora si ebbero i pellegrinaggi al santuario con lo scopo di ottenere speciali grazie, che iniziavano il lunedì di Pentecoste e duravano fino all'autunno, in un misto di sacro e profano, perché finivano per identificarsi con le ottobrate, ovvero in autentiche scampagnate, con devozione religiosa certo, ma anche con "magnate e bevute". Tanto che il nome Divino Amore assegnato dal popolo al luogo non derivò ingenuamente dalla dolce figura della Madonna col Bambino, come espressione genuina e pura dell'amore, ma verosimilmente dall'inversione delle parole "Amore di vino" che finirono per ispirare certi pellegrinaggi un po' gaudenti. Ci si andava in carrozza, partendo da Tor Margana, e le persone erano fornite di chitarre, nacchere, mandolini e tamburelli, strumenti non certo adatti a pregare, ma piuttosto propri di suoni e canti spensierati. «Arrivati llà», annota Giggi Zanazzo in Tradizioni romane, «sse sentiva prima de tutto la messa; e dopo essere goduti tutti li gran miracoli che allora faceva la Madonna, come storpi che buttaveno le stampelle, cèchi che cce vedeveno in sur subbito, ragazze indemoniate che vvommitaveno er demonio, donne affatturate che vvommitaveno trecce de capelli, et eccetra, s'annava in de le bbaracche a ffà ccolazzione, e ddoppo èssese infiorate bbene bbene la testa, er petto, li capelli, le testiere de li cavalli, co' li tremolanti e le rose, se partiva per Arbano. Llì se pranzava, se bbeveva a ggarganella da pe' ttutte le bettole indove c'era er vino bbono, e ppoi cantanno li ritornelli, se faceva a echi ppiuù ccureva pe' ritorna a Roma». La devozione per il santuario è durata fino ai nostri giorni e si svolgono ancora i pellegrinaggi in gruppo o singoli; alcuni sono organizzati a piedi con partenza dall'Obelisco di Axum, di notte, con le torce, e c'è chi procede perfino scalzo e, poi, in prossimità della chiesa, anche in ginocchio. È la fede che trionfa sul profano. Peraltro la devozione dei Romani alla Madonna del Divino Amore è anche storicamente datata con gli avvenimenti della seconda guerra mondiale. Quando l'il maggio 1944 iniziò la battaglia di Roma, si temette per l'incolumità dell'immagine per i bombardamenti degli alleati. Vaffresco venne trasferito nella chiesa di Sant'Ignazio e ci fu un ottavario di preghiere per invocare la salvezza della città: l'otta-vario terminò proprio il 4 giugno, giorno dell'evacuazione dei tedeschi, che divenne poi una data in più per festeggiare la Madonna del Divino Amore con l'offerta annuale da parte del Comune di Roma del calice votivo dell'Urbe.

 

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